domenica 12 luglio 2009
mercoledì 8 luglio 2009
Monte Charvatton - Tommy
"La tua Land Rover è una carretta, io faccio degli sterrati che tu manco te li immagini" "Eh...vorrei proprio vedere". Con questa salace discussione tra Volfango e Gianfranco si apre la giornata al luogo di ritrovo di Volpiano, un caffè al bar, brioscina e si parte per la valle d'aosta, obiettivo(?) il Monte Charvatton sopra Pontbozet, per fare Tommy(6a - A0 - 500 m.) La via parte subito bene, il secondo tiro è abbastanza tecnico e delicato per non parlare del terzo che è brutalmente strapiombante, e richiede un bell'azzeramento, per quel che mi riguarda. la roccia è molto caratteristica a grandi buchi, divertente ed estremamente solida. Saliamo sotto un bel cielo azzurro macchiato da grossi cumuli bianchi che si dimostreranno inoffensivi tranne un tuono di là dalla valle a metà giornata. Procedendo in cordata da tre si è necessariamente più lenti per cui giunti al boschetto pensile sulla parete, facciamo un briefing e decidiamo di scalare ancora un paio di tiri e di iniziare dunque le doppie. Le due lunghezze sopra gli alberelli, sono veramente pregevoli per eleganza di arrampicata e qualità di roccia; ce ne sarebbero ancora un paio ma visto che abbiamo deciso di non scendere a piedi per sentiero, buttiamo le doppie sapendo che in tre ci metteremo un po' di tempo. Le soste sono quasi sempre esigue, per cui abbondano pestoni sui piedi, manate qua e là, spintoni, sputi, rantoli, rutti, scorregge, lamentazioni, preghiere, il tutto in un crescendo sinfonico mozartiano! Ma no, esagero, le doppie filano veloci senza incastri. "Tira la verde, tira la blu" abbiamo le fiammanti corde nuove di Gianfranco. Alla base si fanno gli usuali commenti, via bella, chiodatura buona anche se ci sono i soliti che su Gulliver.it criticano per partito preso senza mai avere provato a piantare uno spit, senza sapere cosa vuol dire salire con zainate da 20 kg di materiale o ancora come si chioda dal basso e quanto tempo e fatica ci vogliano (sfogo di un apritore di vie, sorry). Il tempo è stato clemente anzi ottimo, non troppo caldo per una pregevole brezza che ha sempre soffiato senza disturbare, un bel sole, poche nuvole e soprattutto niente acqua di tempesta! Magari ci torniamo per fare Caterpillar, quella di fianco, decisamente più dura, però.venerdì 3 luglio 2009
Nid des Hirondelles
La Valgrisanche è lì tutta verde ed alberata e questa parete del Nido delle Rondini da lontano pare abbastanza putrida e da vicino pure. Alla base la roccia sembra avere una consistenza un po' strana, diciamo pure un po'...marcia ed erbosa. Con questi presupposti attacco il tiro number one di Calimero, i primi metri sono una schifezza ma poi miracolosamente la roccia muta e diventa ben scalabile e pure elegante. Nella seconda lunghezza cambia la musica, un bellissimo e rude diedro di 6a tutto da scalare in spaccata e dulfer per una trentina di metri, entusiasmante. Ma "ecco riaffacciarsi il putrido" penso guardando il camino che mi sovrasta, "io li odio i camini, mi ci stropiccio i pantaloni". In ogni caso mi infilo e dopo le lamentele di rito arrivo alla sosta, con i pantaloni stropicciati. Sopra, parte un lamone da dulferare senza indugio per poi attraversare in piena esposizione alla sosta, tiro molto molto bello. Da sotto mi giungono i commenti di Gianf e Volf (non sono due elfi, sono amici miei), si divertono e come si suol dire "sudano ma godono". La parte alta della via è composta da tre bei muri verticali di roccia molto lavorata a "les memoires de l'eau", toccano a Volf che si batte come un vecchio guerriero teutone, davanti a me Gianf sale tra un rantolo, uno sgasamento e un "macheccàz" (non è un cognome valdostano). Ci perdiamo poi in un fatato bosco (non Gianf, riferimento un po' criptico per chi non conosce) alla ricerca del sentiero di discesa. "Maronna! Visione!" passiamo sotto dei grandi strapiombi dove hanno chiodato monotiri da allucinazione tanto che solo a guardarli quasi mi cappotto."Ma quanto si tengono?" mi domando. Non può mancare un birrozzo con panino di fontina, chissà poi se è quella vera.martedì 30 giugno 2009
Rocciamelone 3538 m.
Stamattina, dopo essermi pigramente alzato, decido per una escursione: "Vado al Rocciamelone". Alle 11.30 lascio la macchina un paio di curve sotto la teleferica della Riposa e parto con un bel sole. In un' ora circa sono al Ca' d'Asti, con me è salita la nebbia e non mi abbandonerà più fino in cima. Quattro chiacchiere col rifugista per sapere le condizioni e riparto. Il tratto dopo la croce di ferro è innevato, bisogna deviare a sinistra per una barra rocciosa e con facile scalata portarsi sulla crestina da cui raggiungere il tratto con le corde fisse. L'ultimo tratto è un ripido sentiero ma sgombro da neve. Mi accoglie in cima la faccia seriosa di Vittorio Emanuele II. Uno squarcio, che si rivelerà essere l'unico, mi permette di vedere sul versante di Lanzo la gran quantità di neve che c'è ancora di là. Comincia a piovigginare e dopo una quarantina di minuti sono al rifugio, appena in tempo per salvarmi da un diluvio ma non sarà l'ultimo della giornata. Una mezz'oretta di sosta al Ca' d'Asti mi consente di mettere qualcosa sotto i denti. "Non piove più, riparto" dico troppo presto. Dopo un quarto d'ora riprende a piovere anzi inizia a grandinare, "meglio " mi dico" la grandine bagna meno della pioggia, e finchè i chicchi rimangono della dimensione di palline di naftalina, lo zaino in testa può bastare". Sono a circa 15 minuti dalla macchina quando davanti a me, esplode un lampo fragoroso con un grande bagliore, faccio rapidamente un conto, il lampo e il tuono sono stati praticamente contemporanei per cui la distanza è inferiore a 340 metri, non so se debbo preoccuparmi, penso che con tanti posti su cui cadere, proprio addosso a me? Ora la grandine è violentissima e si mischia all'acqua di un vero nubifragio, faccio di corsa gli ultimi metri che mi separano da una tettoia del rifugetto la Riposa (chiuso) e mi acquatto. Tutt'intorno a me saettano fulmini, passo il tempo a contare i secondi che intercorrono tra lampo e tuono, arrivo malapena a due. E' uno spettacolo che affascina peccato sia anche terrificante. Sulla cresta est, che scende dalla cima, vedo il percorso di un fulmine, nella valletta di fronte a me, lato Rocciamelone, due lampi contemporanei, molto vicini, si scaricano nell'aria, il più grande sembrerebbe essere lungo 3-400 metri, noto che non hanno ramificazioni, sono una lunga striscia bluastra zigzagante che si accende d'improvviso. Ricordo di aver letto che solo il 20% si scarica a terra e che possono raggiungere lunghezze di 5 km. In buona sostanza, sono chiaramente in mezzo alla nuvola temporalesca e aspetto che passi. Sembra sempre smettere ma poi riprende con più vigore, ma dopo una quarantina di minuti di bombardamento, vedo le nuvole nere spostarsi verso il lato opposto della val di Susa e mi butto di corsa fino alla mia gabbia di faraday marca ford Ka.domenica 21 giugno 2009
Via degli strapiombi
La curiosa immagine a sinistra trovata in internet (firmata thebrd), si riferisce ad un tiro piuttosto impegnativo della parte alta della via degli strapiombi, non è obbligatorio farlo così ma questo è senz'altro uno dei modi possibili.La via è fuor di dubbio una delle più belle del Bourcet ed anche, a mio modo di vedere, una delle più atletiche; una vera arrampicata di granito con quel rude che non guasta, o meglio potrebbe guastare gli avambracci ma regala soddisfazioni e sensazioni verticali di ottimo stampo. E' una via omogenea nelle difficoltà (dal 5b al 6a+) con un tiro di difficoltà più alta ( 6c azzerabile), su ottima roccia, molto molto verticale con soste sempre piuttosto esigue ed un bel vuoto sotto i piedi. L'attrezzatura è la ben conosciuta "F. Michelin" a spit da integrare, ho usato in genere qualche friend medio piccolo. Giampaolo oggi era partito un po' demotivato ed assonnato ma ha trovato un pronto riscatto nel tiro duro che io e Volf gli abbiamo lasciato volentieri ( per non litigare, ovvio), a me è toccato tirare fuori tutta la mia grinta in più di una occasione. Avevo scalato questa via parecchi anni fa e la ricordavo meno dura, per cui si deduce che man mano che gli anni passano...le vie si alzano di grado!
giovedì 18 giugno 2009
La via del "Che"
L'intenzione iniziale era quella di salire una delle tante vie nel gruppo Castello-Provenzale ma, viste le previsioni di temporali pomeridiani, abbiamo optato per rimanere nelle nostre valli, quelle che abbiamo percorso in tanti anni di onorata carriera, si fa per dire naturalmente. La scelta cade sulla Rocca Sbarua dove giganteggia il nuovo rifugio, circondato da resti di cantiere aspettando Godot (leggasi il suo funzionamento). Il rifugio però è stato già inaugurato con tanto di cerimonia ufficiale, attendiamo "trepidanti" di mangiarvi una minestra. Il sentiero ci porta al Torrione Pacciani (mai nome fu più inviso ai puristi) per scalare "la via del Che", una combinazione di "Angiolina ritorna", "Like a rolling stone" e la Barra finale per un totale di circa 350 metri. Il caldo si fa sentire anche se un po' smorzato da una leggera brezza, d'altronde in questo periodo scegliere una via sta diventando complicato, in alto c'è ancora molta neve, in basso fa caldo, forse bisognerebbe scalare "in mezzo", mah. In buona sostanza, facciamo tiro dopo tiro sull'ottimo granito ed alcune lunghezze sono veramente pregevoli, eleganti e tecniche oltre che superchiodate. Sulla grande terrazza del penultimo "pitch", direbbero i figli di Albione, facciamo un ombrato picnic a base di barretta enerzona e acqua di borraccia. Personalmente preferico i peperoni arrostiti, ma non certo su questa terrazza, il tiro successivo risulterebbe, come dire, un po' "indigesto" . Il tiro sulla Barra finale è veramente bello ed elegante e ci porta nel boschetto di betulle della cima del Monte Freidour. Tutto è filato liscio tra un po' di 5b e un po' di 6a, il resto un mix di difficoltà varie. Di temporali neppure l'ombra lontana, e io che mi fidavo ciecamente di Nimbus, forse la Provenzale ci stava, sarà per un'altra volta. Torniamo a casa in attesa del "freddo delle pecore" previsto per il week end e la prossima settimana (fonte Nimbus, naturalmente).P.S. Jean François du Bois Sauvage si è comportato bene, eheheheh.
mercoledì 10 giugno 2009
Imprenditori geniali (con i soldi delle nostre bollette)
Enel, che questa settimana approverà il bilancio dell'esercizio 2008, presenta debiti finanziari per 50 miliardi di euro. Con l'acquisto di un'ulteriore quota di Endesa nel 2009, l'indebitamento finanziario della società è salito a 61 miliardi di euro, quadruplicandosi in meno di due anni. Nonostante il forte indebitamento, ENEL ha manifestato l'intenzione di espandere il suo impegno nel nucleare – in Italia e all'estero – e questo comporterà costosi e rischiosi investimenti. Il rapporto commissionato da Greenpeace stima in 31,5 miliardi il costo degli ulteriori investimenti di Enel nel nucleare. Solo in Italia, infatti, i quattro reattori EPR, che Enel progetta di costruire in seguito all'accordo di collaborazione con EDF, costeranno circa 25 miliardi di euro.L'attuale debito finanziario dell'Enel rimarrà circa doppio rispetto a quello di EDF, il colosso elettrico francese recentemente coinvolto per spionaggio ai danni di Greenpeace. Com'è possibile aumentare di oltre 30 miliardi di euro questo indebitamento con ulteriori investimenti nel nucleare? Tra gli interventi decisi per finanziare i propri piani, Enel, inoltre, ha deciso di vendere quote di Enel Green Power, la divisione specializzata in energie rinnovabili e che presenta una redditività pari a tre volte quella generale del gruppo.S. Thomas - Università di Greenweech
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